'Il figlio di Bakunin' con Tiziano Caputo dal 18 ottobre al Teatro Studio Uno

'Il figlio di Bakunin' con Tiziano Caputo dal 18 ottobre al Teatro Studio Uno

'Il figlio di Bakunin' con Tiziano Caputo dal 18 ottobre al Teatro Studio Uno

Da giovedì 18 ottobre 2018 a domenica 21 ottobre 2018

Il figlio di Bakunìn
Di Sergio Atzeni

Adattamento e regia
Marco Usai

Con
Marco Ceccotti. Tiziano Caputo, Piero Grant, Valeria Romanelli

Disegno luci Matteo Ziglio
Scenografia Giuseppe Grant

“Vai a Guspini, i guspinesi hanno buona memoria, era un loro compaesano, sanno tutto, se chiederai racconteranno. E scoprirai quel che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria delle parole altrui.”

Tutti conoscono Tullio Saba, noto nel suo paese come il figlio di Bakunìn. Tutti hanno condiviso con lui un pezzo della propria vita e si sentono, quindi, in diritto di parlarne, soprattutto se è un giornalista estraneo a chiedere di lui. Ma nei ricordi di ogni persona si aggiunge un dettaglio, una peculiarità sul carattere e sulla vita di Tullio Saba che arricchisce e contraddice l’intervista fatta precedentemente. Ogni narratore nel parlare del figlio di Bakunìn racconta anche una parte della propria vita, così che alla fine di ogni resoconto si aggiunge all’esperienza di Tullio quella di chi lo ha conosciuto.
Alla fine del viaggio, la storia di quest’uomo viene creata dalle testimonianze popolari, che attraverso i resoconti e la memoria diventa racconto e leggenda.

Sinossi
Tullio Saba è un uomo che vive nella memoria delle persone che ha conosciuto e rivive nei racconti di chi è chiamato a parlare. Un giornalista si aggira tra Guspini e Cagliari, chiedendo chi fosse il figlio di Antoni Saba, un calzolaio anarchico soprannominato Bakunìn; intervista ex colleghi di miniera, donne che lo hanno conosciuto da ragazzo o che lo hanno amato, avversari politici, giudici, carabinieri e gente del posto.
La sfortuna dei Saba, famiglia di commercianti, comincia con l’avvento del fascismo e Tullio si forma come ragazzo proprio nelle giornate passate in miniera a lavorare lontano da casa. Per alcuni era uno lavoratore mediocre, per altri un ragazzo onesto che contribuiva al sostentamento della famiglia portando i soldi alla madre, rimasta presto vedova. Nella fatica e nelle giornate buie si rafforza il rapporto con quei colleghi che presto diventeranno suoi stretti amici e compagni politici. L’omicidio del direttore della fabbrica, per cui Tullio Saba viene processato con altri colleghi e poi tutti assolti, e la seconda guerra mondiale portano Tullio lontano dalla Sardegna: c’è chi dice sia stato insignito dagli americani di una medaglia d’argento, chi invece afferma di averlo visto a Napoli fare traffici loschi con un camorrista di nome Gennaro. Al ritorno, la situazione politica non è cambiata, lo scontro tra padroni e sindacati si fa sempre più duro: vittorie parziali per i diritti dei lavoratori che spesso hanno il sapore della sconfitta. Passa poco tempo: Tullio Saba incontra e si unisce, questa volta, ad un complessino musicale che gira per il territorio della Marmilla tra feste e matrimoni. Per alcuni era un cantante mediocre con una voce insignificante, per altri un conoscitore della musica straniera portata in Italia dagli americani. Serenate, litigi per una donna promessa sposa finiti in rissa e ossa rotte. Quando però la maturità chiama Tullio al suo ingresso in politica, la distanza tra la rivoluzione immaginata e il lungo percorso di lotta che bisognava intraprendere per realizzarla finisce per demoralizzarlo, per farlo chiudere nei suoi ricordi. Per alcuni era un politico onesto che parlava con parole semplici alle masse, per altri uno sporco approfittatore delle situazioni più dure. Discendente di cavalieri sardi e capopopolo giusto, oppure politico cinico, ambizioso, pronto a sfruttare le disuguaglianze? Anarchico, minatore, uomo di lotta, folle, manipolatore, ladro? Ribelle, lavoratore, morto in patria o scappato all’estero con le proprie ricchezze. Le opinioni su Tullio Saba non consegnano al giornalista un ritratto uniforme e chiaro, ma delineano la figura di un uomo libero le cui sfumature si perdono nella memoria di chi lo ha conosciuto e diventano leggenda.

L’adattamento e lo spettacolo hanno come obiettivo quello di rimanere fedeli alla struttura del romanzo di Sergio Atzeni in cui prendono la parola un gruppo eterogeneo di voci collegate dall’interesse comune per la figura di Tullio Saba. Nella trasposizione scenica si mantiene saldo il rapporto tra i personaggi e i luoghi che fanno da sfondo ad una storia che diventa leggenda e, in quanto tale, universale.
La porta della memoria viene realizzata scenograficamente e divide lo spazio in due ambiti: quello in cui i ricordi sono appena richiamati e quello dove vengono realizzati con chiarezza tramite il filtro del giudizio che ogni personaggio utilizza. Due panche al centro della scena rappresentano la piazza del paese e contemporaneamente gli strumenti del gioco del racconto, mentre una cassapanca sullo sfondo fornisce abiti e piccoli strumenti centrali nelle narrazioni.
Le possibilità di adattamento dell’opera di Atzeni sono molteplici e diverse tra loro; in questa occasione si è scelto di soffermarsi sulla storia delle persone che prendono la parola collegata agli avvenimenti nazionali, raccontata attraverso le voci della provincia, tra gli anni ’20 e ’50 del secolo scorso in cui la società subisce e si fa complice, allo stesso tempo, di epocali cambiamenti politici, economici e culturali. Lo strumento della messa in scena è la narrazione, attraverso cui i personaggi richiamano, oltre la figura di Tullio Saba, i fatti più importanti dell’epoca, come le visite di Mussolini nelle province, gli accordi sindacali, i comizi ai contadini e ai proletari che avevano preso coscienza di classe, l’arrivo della musica straniera, il desiderio di costruire un avvenire migliore per liberarsi da una realtà triste e deludente. La storia mondiale e quella personale sono fortemente legate tra loro e i brevi richiami, che ogni personaggio fa risaltare durante la propria intervista/monologo, danno la possibilità di contestualizzare il particolare nell’universale. Il figlio di Bakunìn è un breve viaggio che dura trent’anni, durante i quali verità e finzione contribuiscono a sviluppare la leggenda di Tullio Saba, e a creare la Storia nella memoria collettiva.

Teatro Studio Uno – Via Carlo della Rocca, 6

349 4356219 – 329 8027943 | info.teatrostudiounogmail.com

Prenotazioni: https://bit.ly/1mljBde

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